Disabilità intellettive (DSM-V)

giugno 10, 2015

Le disabilità intellettive (DSM-V) rappresentano “gravi alterazioni permanenti dello sviluppo che si manifestano come sindromi globali, legate al deficit di sviluppo delle funzioni astrattive della conoscenza, sociali e dell’adattamento, che originano prima dei 18 anni di età” (Luckasson et al., 2002).

Tali condizioni compromettono l’acquisizione delle competenze cognitive più elevate (Nota, Rondal e Soresi, 2002) e sono state indicate in passato con il termine di ritardo mentale. Questo termine è stato recentemente sostituito con il termine disabilità intellettiva. La distinzione tra ritardo mentale e disabilità intellettiva non è una distinzione unicamente terminologica, ma, al contrario, prevede un differente approccio teorico e culturale, che ha ripercussioni sia sulla definizione delle caratteristiche delle persone con disabilità intellettiva, sia sulle procedure diagnostiche e di valutazione. La disabilità intellettiva prevede, infatti, una definizione multidimensionale e un approccio bio-psico-sociale in cui i fattori individuali concorrono con fattori culturali e sociali.

Secondo un modello multidimensionale, il funzionamento umano può essere valutato tenendo in considerazione cinque dimensioni:

– le abilità intellettive, quali il ragionamento, la pianificazione, la soluzione di problemi, l’astrazione, la comprensione di idee complesse, l’apprendimento rapido e quello dell’esperienza (Gottfredson, 1997);

– il comportamento/funzionamento adattivo, in una prospettiva bio-psico-sociale come un’incapacità del soggetto a corrispondere agli standard propri della sua età o della sua cultura in aree specifiche come l’autonomia, la responsabilità sociale, l’autosufficienza, la comunicazione ecc.

– la salute;

– la partecipazione;

– il contesto.

La disabilità intellettiva risulta caratterizzata da limitazioni significative sia nel funzionamento intellettivo che nel comportamento adattivo (comunicazione, cura della persona, attività sociali, tempo libero, salute, sicurezza ecc.) evidenziabili nelle abilità adattive concettuali, sociali e pratiche, con insorgenza nel corso dell’età evolutiva.

Il livello di gravità del disturbo viene definito in base al funzionamento adattivo in tre diversi ambiti:

  • Concettuale o intellettivo, che include abilità del linguaggio, lettura, scrittura, calcolo, ragionamento, cognizione e memoria;
  • Sociale, riferito alla capacità di comunicazione interpersonale, giudizio sociale ecc.;
  • Pratico, focalizzato sulla gestione autonoma in aree come la cura personale, la gestione del denaro, il tempo libero, l’organizzazione degli impegni scolastici e lavorativi.

In base al funzionamento intellettivo misurato attraverso apposite scale psicometriche, venivano fino a qualche anno fa distinti quattro quadri differenti di “ritardo mentale”: lieve, moderato, grave e gravissimo.

RITARDO LIEVE

Il ritardo lieve è difficilmente evidenziabile nei primi anni di vita, questo perché nei bambini così piccoli le difficoltà motorie, prassiche e linguistiche non sono molto visibili, inoltre la compromissione in queste aree è lieve e non facilmente distinguibile dalle capacità dei bambini senza ritardo fino ad una età più avanzata. Il periodo iniziale in cui si nota il problema è quello dell’inserimento nella frequenza scolastica, quando possono sopraggiungere difficoltà nell’apprendimento.

RITARDO MODERATO

Nei bambini in età prescolare il linguaggio e le abilità prescolastiche si sviluppano lentamente; i progressi nelle abilità scolastiche si verificano lentamente e sono limitati rispetto ai coetanei e negli adulti si fermano a livello elementare (ambito concettuale). Per quanto riguarda l’apprendimento scolastico, comprensione e uso del linguaggio, sono lenti in quanto acquisiscono la capacità di lettura e scrittura verso i 10-12 anni, il vocabolario appreso resta piuttosto limitato e manifestano difficoltà a cogliere i nessi logici. A scuola, inoltre, viene evidenziato lo sviluppo disarmonico delle discipline (possono, per esempio, acquisire maggiori competenze in campo matematico che in quello linguistico.

RITARDO GRAVE

Il raggiungimento di abilità concettuali è limitato; l’individuo in genere comprende poco il linguaggio scritto o i concetti che comportano numeri, quantità, tempo e denaro (ambito concettuale). Il linguaggio parlato limitato, l’eloquio può essere composto da singoli parole o frasi e può essere facilitato con l’aiuto di strumenti aumentativi.

RITARDO GRAVISSIMO

L’individuo può usare oggetti in modo finalizzato; possono essere acquisite determinate abilità visto-spaziali, come il confronto e la classificazione basati su caratteristiche fisiche, tuttavia concomitanti compromissioni motorie e sensoriali possono impedire l’uso funzionale degli oggetti (ambito concettuale). L’individuo ha una comprensione molto limitata della comunicazione simbolica nell’eloquio o nella gestualità; può comprendere alcuni gesti o istruzioni semplici; esprime i propri desideri ed emozioni principalmente attraverso la comunicazione non verbale non simbolica.

LINEE D’INTERVENTO PSICOTERAPEUTICO – RIABILITATIVO

Il programma riabilitativo viene progettato in prospettiva ecologica, evolutiva ed interattiva, in base al profilo di sviluppo e si articola con modalità e tempi definiti in rapporto a quel particolare bambino e al suo momento evolutivo.

Il profilo di sviluppo del bambino emerge da una valutazione neuro cognitiva e neuropsicologica differenziata per età, livello motivazionale e contesto di appartenenza (familiare e sociale) considerando attentamente i rapporti tra aspetti cognitivi, linguistici e sociali o adattivi comprese le prestazioni scolastiche.

La scelta degli obiettivi riabilitativi deve essere appropriata al profilo funzionale specifico del bambino e fondata su obiettivi ecologici (es. gioco, apprendimento scolastico, tempo libero, attività di vita quotidiana)che integrano più funzioni e strutture cognitive.

In base alla fase di sviluppo raggiunta dal bambino con ritardo mentale e al suo profilo evolutivo, il programma terapeutico è diretto a stimolare le competenze del bambino (senso motorie, prassiche, linguistiche e simboliche, quali l’uso del gesto, il gioco e il grafismo) individuando obiettivi ecologici che favoriscano l’integrazione fra strutture di elaborazione e processi di controllo propria di ogni attività cognitiva.

In quest’ottica terapeutica svolge un ruolo centrale la scuola. Condividere con gli operatori scolastici il profilo di sviluppo, con le aree di forza e i punti di debolezza, permette di adattare le richieste scolastiche alle reali possibilità del bambino, ad esempio per scegliere quale metodo di insegnamento della letto-scrittura adottare.

I modelli di riabilitazione cognitiva propongono varie modalità operative per raggiungere gli obiettivi prescelti (Savelli, 2003):

Costruzione di abilità nuove, partendo dalle competenze presenti nel repertorio del soggetto, cioè dai suoi punti di forza;

Facilitare l’apprendimento di nuove abilità attraverso diverse strategie quali l’imitazione, le istruzioni verbali e il modello. Tali “facilitatori” vengono progressivamente ritirati in rapporto all’acquisizione e alla padronanza della competenza del bambino.

L’apprendimento di nuove abilità è supportata dall’uso sistematico del rinforzo

La pratica e l’esercizio. Il bambino per “costruire” e sviluppare nuove abilità ha necessità di padroneggiarle attraverso una pratica estensiva. L’esercizio di procedure apprese porta alla loro automatizzazione ed estensione in tutti i contesti di vita in cui il bambino vive ed opera.

Gli obiettivi principali riguardano:

– attività per sviluppare le capacità meta cognitive;

– lavoro sulla motivazione e l’autostima;

– programmi di potenziamento dell’autonomia;

– processi di generalizzazione degli apprendimenti;

– situazioni di collaborazione tra scuola e famiglia.

Depressione in età evolutivaDisturbi del linguaggio